venerdì 11 novembre 2016

Carne felice: allevati bene, mangiati meglio di Paola Re

Riproponiamo l'articolo di Paola Re sull'Allevamento etico: la nuova frontiera della truffa del marketing dell'industria della carne.
Qui l'articolo originale.


"«I peggiori sostenitori della schiavitù sono coloro che trattano bene gli schiavi», è scritto in ‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo‘, un saggio del 1891 firmato da Oscar Wilde. In effetti, l’obiettivo che si pone qualsiasi movimento abolizionista di qualsiasi schiavitù è proprio quello di eliminarla, non di accettare possibili migliorie offerte dagli schiavisti, rischiando di cadere in una trappola da cui sarebbe difficile uscire. Se gli schiavi hanno cibo, casa, qualche diritto qua e là, a chi verrebbe in mente di cambiare la loro situazione? E’ la stessa trappola che si tende ai consumatori abbagliandoli con la frottola della carne ‘felice‘, vale a dire quella che ci arriva dall’allevamento cosiddetto ‘etico‘, un concetto che va imponendosi in maniera subdola come alternativa all’allevamento industriale.
Si legge sul sito web dell’allevamento etico: «ALLEVAMENTO ETICO significa crescere gli animali nel rispetto delle loro abitudini etologiche, evitandone sofferenze ingiustificate. Questo portale si propone come luogo di riflessione sul tema e come luogo di ricerca di alternative possibili all’allevamento intensivo».
Suscita qualche dubbio il concetto di ‘sofferenze ingiustificate’, come se ce ne fossero di giustificate.
Esiste un Manifesto in cui sono fissati i canoni di questo modo di allevare: « (…) Molte persone chiedono un’alternativa, senza dover rinunciare del tutto al consumo di prodotti animali. Le alternative esistono: sono metodi di allevamento dove l’attenzione per le esigenze etologiche e comportamentali dell’animale sono alla base del rapporto uomo-animale allevato, così come il rispetto dell’ambiente e l’attenzione verso un’elevata qualità del prodotto. (…) Il nostro motto è MENO MA MEGLIO, a favore di un maggiore benessere animale, ambientale e umano. Nella nostra ricerca di metodi etici di allevamento diamo molta importanza al rispetto dei comportamenti specie-specifici, per garantire un benessere sempre maggiore agli animali. Consideriamo inoltre molto importante che agli animali sia associato il terreno, inteso sia come area di svago, che come fonte alimentare, in un’ottica di maggiore sostenibilità ambientale e gestione sistemica e autosufficiente dell’azienda. (…)»
A una prima lettura, il quadro non è certo dei peggiori, ma il presupposto di non fare mancare al consumatore i ‘prodotti animali‘ svuota di contenuto ciò che segue, cioè l’attenzione per le esigenze etologiche, il benessere, il rispetto nei confronti degli animali considerati, appunto, alla stregua di produttori. Nel manifesto di parla di specie e razza, sottolineando la «tutela del benessere delle specie allevate sempre considerando l’animale come ‘essere senziente’. (…) La razza scelta deve adattarsi bene alle condizioni di allevamento scelte dall’azienda agricola. (…) La selezione genetica deve avvenire non solo sulle caratteristiche di produzione ma anche su quelle di adattabilità al territorio e salute dell’animale».
Come se non bastasse la selezione genetica a condurre il pensiero a tragici periodi storici, si passa alle mutilazioni: «(…) Le uniche mutilazioni concesse sono la decornazione nel bovino (…) e la castrazione dei suinetti maschi, che devono essere eseguite nei tempi e nei modi adeguati per ridurre al minimo la sofferenza degli animali». In altre parole: decornazione felice e castrazione felice.
L’allevamento è l’anticamera del mattatoio: se la macellazione non è domestica, ci sia arriva tramite viaggio: «Il trasporto al macello deve essere attuato nelle migliori condizioni di tranquillità e preferibilmente non per un singolo animale. Si deve utilizzare un macello il più vicino possibile e in regola con la normativa sulla applicazione delle buone pratiche di macellazione.» Anche in questo caso, il viaggio deve essere felice.
Le ‘buone pratiche di macellazione’ sono spiegate nel ‘REGOLAMENTO (CE) N. 1099/2009 DEL CONSIGLIO del 24 settembre 2009 relativo alla protezione degli animali durante l’abbattimento‘. E’ una legge che, se rispettata, dovrebbe dare garanzie a riguardo ma purtroppo non è così, perché vi si leggono procedure agghiaccianti, nonostante l’espressione ‘benessere animale’ sia sbandierata parecchie volte.
L’allevamento etico, sempre che si voglia definirlo tale, non critica il concetto di sfruttamento animale, ma si limita a renderlo più accettabile. Il mercato cambia a suon di dati: aumenta il numero dei consumatori attenti all’alimentazione sana, ai prodotti biologici, alla medicina naturale. Aumenta anche il numero delle persone che hanno smesso di mangiare animali perché scosse dall’avere visto video o fotografie testimonianza dell’indecente trattamento riservato agli animali-cibo; forse il mercato vuole recuperare questi consumatori, proponendo loro un’alternativa all’indecenza.
L’allevamento intensivo a modello industriale riduce l’animale a macchina, lo nutre anche con antibiotici e sostanze chimiche per intensificarne la produzione, incide su inquinamento, effetto serra e consumo di acqua ed energia. Tutto ciò è sempre più inaccettabile, e talvolta anche chi non mangia animali invoca un migliore allevamento, pensando sia bene accontentarsi di un successo certo oggi, riducendo la sofferenza delle vittime, piuttosto che di uno incerto domani, abolendola. Purtroppo, in questo modo si perde di vista il cuore del problema, cioè la morte dell’animale, ignorata dal marketing, sempre più concentrato sul benessere degli animali produttori di carne felice, che pare offrire solo vantaggi: gli animali vivono meglio; gli allevatori mostrano sensibilità alle questioni etiche; i consumatori diventano più consapevoli ed empatici; le istituzioni ammirano con orgoglio i progressi di un Paese che tratta meglio gli animali.
Si cerca di unire, in maniera mistificatoria, il benessere dell’animale con la salubrità del prodotto: un animale nutrito senza antibiotici e ormoni, non sottoposto a eventi stressogeni, in grado di godere di spazio sufficiente (secondo i canoni imposti dalla norma) è un animale in salute e la sua carne è più buona.
Ogni volta che si usano espressioni come ‘mucche felici‘, ‘maiali felici’, ‘galline felici’ e via elencando con la felicità, bisognerebbe chiedersi se un individuo possa definirsi ‘felice‘ di farsi ingrassare e ammazzare. La risposta viene da sé: questa felicità è un inganno.
Non sono necessarie speculazioni filosofiche per capire che cosa sia la felicità, nonostante quella della felicità sia una questione filosofica su cui si è ampiamente speculato nel corso dei secoli. E’ fastidioso che l’aggettivo ‘felice’ sia usato con tanta leggerezza in questo contesto, ridotto a irritante ritornello pubblicitario. Definire gli animali d’allevamento ‘felici‘ è un’autentica truffa che svilisce e mortifica la vera ricerca della felicità da parte di ogni animale.
La strategia della carne felice è utile al marketing per rispondere alle preoccupazioni delle persone che si pongono il problema della sofferenza animale negli allevamenti.
Le aziende produttrici di cibo animale sono consapevoli di questa sensibilità e si sono organizzate con lo strumento più efficace nelle loro mani: la pubblicità, quella forma di persuasione occulta che, a colpi di slogan e immagini, ci anestetizza le facoltà mentali. Se si parla di bambini, tutto ciò vale ancora di più; non a caso gli spot sono ricchi di cibo animale che finisce nelle forchette di bambini purtroppo inconsapevoli di ‘CHI’ stiano portando alla bocca.
Nei programmi televisivi si vedono animali veri che pascolano liberi; negli spot si vedono animali finti che sorridono, fanno l’occhiolino, battono le zampe, cantano, ballano, non vedono l’ora di saltare nel piatto. L’industria della carne ha bisogno di costante pubblicità per occultare la sua natura mortifera; la pubblicità ha bisogno di rinnovarsi: il rinnovamento del terzo millennio è rivolto al benessere animale, questa nuova frontiera che vuole mettere d’accordo tutti.
La carne felice annienta i sensi di colpa del consumatore, anzi, lo gratifica per la sua sensibilità nell’avere scelto di mangiare l’animale allevato bene, contribuendo alla sua vita migliore. Tutto è bene ciò che finisce bene, ovviamente nel piatto.
Allevamento biologico, fattoria didattica, agriturismo sono i luoghi in cui lo sfruttamento animale vive la sua dimensione edulcorata. Purtroppo sono meta sempre più frequente delle visite di scolaresche alle quali, però, non si racconta mai l’epilogo della storia, cioè la macellazione. Il ricordo che si portano a casa è quello di animali in buone condizioni fisiche, talvolta capaci di relazionarsi col pubblico perché abituati alle visite, ma alla storia manca il finale.
Ci sono casi paradossali in cui questi animali si possono adottare a distanza, mantenere economicamente e poi mangiare: in questo modo si ha davvero la felice certezza di averli allevati al meglio.
Se da un punto di vista fisiologico si riconosce oggettivamente che un animale allevato in buone condizioni soffra di meno e viva meglio, da un punto di vista morale questo atteggiamento nei confronti dell’animale è ancora più grave perché, riconoscendogli la capacità di soffrire e operando per lenire questa sofferenza, ecco che tale capacità gli viene negata macellandolo. Se un animale è senziente in allevamento, lo è a maggior ragione al mattatoio."

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