sabato 19 novembre 2016

Dove che sia, fuori dal mondo. Per una pratica antispecista. di Barbara Balsamo

Riportiamo, con immenso piacere, l'articolo scritto da Barbara Balsamo e pubblicato sul sito di Vitadacani che è stato anche oggetto della conferenza di Barbara al MiVeg 2016.
In questo articolo si parla anche di "riconversioni" di allevamenti in altre attività e di come nel nostro paese non esistano finanziamenti o piani che aiutino chi volesse tentare questa riconversione.
E noi purtroppo lo sappiamo bene visto che il nostro progetto era stato presentato anche in Regione ma non rientrava del tutto nella PAC perchè gli animali che abitano qui non sono a scopo di lucro, non rientrava nei finanziamenti per il randagismo perchè gli stessi animali non sono "da compagnia", non rientrava nel PSR perchè non è prevista la coltivazione selvatica e spontanea... insomma c'è la necessità di spingere questi progetti "alternativi" non solo per gli allevatori che volessero convertire l'attività, ma soprattutto per tutte quelle persone che potrebbero occupare ed usufruire degli allevamenti vuoti per trasformarli in posti di riscatto vero e proprio trasformandoli in presidi politici, dove ogni azione è finalizzata ad una piccola o grande rivoluzione.
Inoltre questo scritto offre moltissimi spunti di riflessione e di confronto per questo ne riteniamo importante la lettura e la condivisione.
Mandano un forte abbraccio a Barbara ed a Sara (ed a Vitadacani tutta, belve comprese), vi lasciamo alla lettura.

“A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima”
Dove che sia, fuori dal mondo. C. Baudelaire


L’idea

Baudelaire, il poeta maledetto, il poeta che, forse più di ogni altro, ha raccontato la fuga dal reale e l’idilliaco rapporto con la natura, “tempio” simbolico dell’essenza della vita animale, mozzato e tradito dalla vita sociale e civile della città metropolitana, emblema del progresso. Il poeta dell’altrove, del “fuori dal mondo” colui che enfatizza magistralmente l’ansia di una ricerca incessante e angosciosa di un equilibrio con la propria anima, forse impossibile.

Lungi dal voler riproporre un’idea primitivista o alienata dalla realtà contingente, attraverso questa citazione intendo sostenere con forza e rivendicare uno stare nel mondo e nella società che si faccia inclusivo e libertario attraverso una ridefinizione totale dei concetti di com-partecipazione, solidarietà, interdipendenza, collaborazione, accoglienza e quindi di empatia inter e intraspecifica. All’interno dei movimenti di resistenza, di qualunque tipo, da quelli di giustizia sociale a quello ecologista fino a quello antispecista con tutte le sue varie declinazioni, spesso la sensazione diffusa è quella di sentirsi fuori dal mondo, incompresi, ignorati. Al contempo le lotte si delineano esse stesse come fuori dal mondo, poiché l’antagonismo alla società oppressiva, non riuscendo a rendere efficace quel cambiamento che rivendica, resta altrove, in quel fuori che di fatto lascia il tutto inalterato. Un antagonismo di resistenza effettivo invece, dovrebbe riuscire a permeare tutti gli strati della società e sfaldare i meccanismi di dominio in modo radicale.

L’universo sociale della specie umana viene spesso interpretato come un insieme numerico di individui che condividono un luogo geografico, una cultura, una lingua, una politica e un’economia. Le nuove scienze umane, dall’antropologia alla sociologia, all’etnologia, alla filosofia, alla psicologia sociale ci insegnano e mostrano come questa idea semplicistica di società non sia più sufficiente a descrivere e spiegare le dinamiche nelle quali siamo tutti coinvolti. Infatti ci dicono che la società non è una somma di individui e che alla base della struttura sociale vi sono le relazioni di gruppo all’interno delle comunità e che sono queste a determinare la cultura, l’economia, la politica, e via dicendo. In sintesi per ottenere una corretta e realistica interpretazione dei fenomeni sociali e culturali c’è bisogno di comprendere le dinamiche sistemiche e non le volontà e azioni individuali, si necessita di analisi contestualizzate. La teoria dei campi di Pierre Bourdieu[1] (filosofo e sociologo francese) è forse – insieme alle analisi di Noam Chomsky e di Zygmunt Bauman – la teoria di analisi sociale più articolata, completa e adeguata alla comprensione delle dinamiche di oppressione delle società di dominio nelle quali viviamo. La società Occidentale contemporanea di fatto rappresenta una società di dominio oppressiva e gerarchica, classista, razzista, discriminante e violenta nella quale il divario tra poveri e ricchi ha raggiunto la sua massima espressione nell’economia neoliberale, neocapitalista globalizzata. Dove le minoranze di qualunque tipo, marginalizzate, subalterne, alienate, sono divenute la maggioranza, indigente e disagiata. Una società nella quale il Capitale, già descritto magistralmente nell’opera del filosofo Karl Marx nel XIX secolo e analizzato in senso più ampio e radicale da Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno a metà del XX secolo, ha imposto e impone il predominio dell’interesse economico su tutto il resto e lo sfruttamento del vivente come prassi per il raggiungimento del successo economico. Così facendo si sono confusi i bisogni reali con i bisogni indotti, la politica con gli interessi economici, il potere delle élite con il potere del popolo. L’etica non ha più una dimensione fondante del vivere insieme ma si è lasciata cooptare e si è adeguata a questi interessi. Bourdieu ha sviluppato il concetto di “habitus“, che permette di spiegare la maniera attraverso cui un essere sociale interiorizza la cultura dominante (la doxa) riproducendola. Il punto di vista dominante non è dunque né immobile (è il risultato delle percezioni sociali degli individui), né facilmente evolvibile (la violenza simbolica porta i dominati e i dominanti a riprodurre involontariamente gli schemi della dominazione). Ciascun campo ha un sistema di relazioni tra le posizioni dei soggetti che si definiscono reciprocamente in funzione delle dinamiche di produzione, di scambio e di distribuzione del capitale specifico, della posizione nello spazio sociale e del tempo considerato come il proprio sistema di credenze e di norme che regolano le azioni e un grado di istituzionalizzazione.

Ma l’autonomia dei molteplici campi è “relativa” in quanto essi sono determinati dalla logica di riproduzione dello spazio sociale di cui fanno parte che ne regola i meccanismi di formazione e di funzionamento.[1]

In questa nostra società ogni campo, ovvero ogni categoria della vita sociale umana, è intersecato e interdipendente dagli altri. Una sorta di rete stratificata di gerarchie e sodalizi relazionali nella quale il potere di gruppi di soggetti cresce e si allarga a tutti i campi, da quello politico a quello culturale a quello economico.

Non esistono dunque, luoghi collettivi della vita sociale svincolati dagli altri, non esistono luoghi collettivi della cultura, luoghi collettivi dell’economia o della politica. Esiste un unico luogo, la società, nel quale tutte queste categorie dell’attività umana si intersecano e “funzionano” solo se in relazione tra di esse. L’agorà e la polis greche sono oggi i salotti trash della televisione di regime, o le riviste di gossip, le piazze, seppur piene di contestatori, sono invisibili, destinate all’indifferenza più assordante, complici i giornalisti, l’informazione, i mass media, tutti. Complici tutti coloro i quali hanno sostituito il vantaggio personale o di un’élite al bene comune, al senso di giustizia, ai valori condivisi, quei valori tanto sbandierati da partiti politici di ogni sorta che di valoroso, etico e/o morale non hanno più nemmeno il termine.

Lo sfruttamento dell’altro, qualunque altro, in un sistema di dominio, come il nostro, è funzionale al potere, al profitto, al progresso, alla crescita. Si parla di incentivare occupazione, lavoro, industria, senza rendersi conto che è proprio l’incessante rincorsa e ricerca di posti di lavoro a qualunque costo che sta determinando il collasso, non solo della società in senso stretto, ma dell’intero pianeta. Pensiamo alla TAV o all’ILVA[2], per citarne solo due. Si fanno sempre calcoli su larga scala, si contemplano i grandi numeri, ci si prefiggono grandi obiettivi nazionali quando in realtà serve ben altro alla gente, agli animali, alla natura tutta.

Non sto dicendo nulla di nuovo, la storia della civiltà umana è fatta di queste contraddizioni. La differenza oggi però risiede nella portata di queste differenze e devastazioni. Se un tempo i danni erano relativamente inferiori al successo del progresso nel suo complesso, oggi è il contrario. Come scrisse un noto scrittore inglese di fine Ottocento, George Bernard Shaw[1],

L’uomo ragionevole si adatta al mondo; l’uomo irragionevole persiste, invece, nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Il progresso, però, dipende dagli uomini irragionevoli

E infatti, nel 2016, possiamo affermare con assoluta certezza che non si può adattare il mondo a se stessi, che non si può continuare a pensare di sfruttare e assoggettare il vivente per un’idea di progresso obsoleta, fallimentare, omnicida.

Solo mettendo in discussione e combattendo le strutture fondanti di questa mentalità potremo abolire l’oppressione. L’abbattimento dei paradigmi sui quali storicamente si è fondata l’essenza ontologica dell’umanità ha aperto la strada a nuove prospettive nelle quali la natura e gli altri animali non umani non sono più “altro”, mera materia alla mercé dell’umano, risorsa da sfruttare e usare bensì parte integrante di un unicum complesso e articolato dove ogni forma di vita, anche quella umana,  ha il suo valore intrinseco e esiste non solo di per sé ma in quanto parte dialettica imprescindibile dell’esistenza. Le scienze contemporanee, nonostante gli sforzi reazionari e conservatori al loro interno, ci inducono a voltare lo sguardo verso un modello inaspettato di vita sul pianeta, ci dicono che l’umano si salverà e che la terra avrà la possibilità di tornare a vivere solo se si inizierà a pensare in modo olistico e non binario, in modo pluralista e non gerarchico, in modo egualitario e non oppressivo in modo ecologico e non ecocida. E questo sia all’interno delle società umane che al loro esterno, nel loro rapporto con la natura. In questo quadro globale la lotta per la liberazione animale si presenta come l’avanguardia assoluta e il riscontro oggettivo e fattuale di un nuovo sentire e rappresenta la risposta più realistica, lucida, strutturata, equa e libertaria alla crisi planetaria più grave della storia.

L’azione

Alla luce di quanto scritto sopra, è indispensabile ripensare l’attivismo per la liberazione animale inserendolo in un contesto di lotta più ampio e condiviso, quello che Steven Best chiama liberazione totale[1] o che Marco Maurizi[2] definisce antispecismo politico – in contrapposizione a quello “metafisico” o che io stessa in diverse occasioni ho definito antispecismo critico e sociale.

Le obiezioni a questa interpretazione della lotta antispecista, sociale, sistemica, ecologista e dunque profondamente politica – mosse sia dagli interlocutori esterni alla questione animale che da alcune frange interne al movimento stesso –  non hanno finora sortito motivazioni convincenti e calate nella realtà contemporanea.  Invece ritengo che questa rappresenti la possibile alternativa per dare il via a un attivismo pluralista e contestualista efficace. Attivismo che si prefigge l’unione delle forze antagoniste, sociali, ecologiste e animaliste; che ha come obiettivo la fine delle oppressioni, dello sfruttamento, delle gerarchie, delle discriminazioni, e delle uccisioni a partire da quelle di specie. L’obiettivo ambizioso di questa prospettiva è quello di fermare l’avanzata neocapitalista, la globalizzazione e l’ideologia della crescita produttiva – proposti come unica soluzione alla sopravvivenza dell’umanità, ma che invece ne sono la principale causa di distruzione e che con gli umani travolgeranno, e già travolgono, l’intera vita sul pianeta. Il presupposto necessario e  indispensabile è quello di considerare l’individuo, di qualunque specie, capace di resistenza, coscienza, consapevolezza.

È proprio a partire dalla percezione di ingiustizia e dal rifiuto di essere soggiogati che bisognerebbe ridefinire il concetto di lotta che potrà considerarsi tale in virtù di una reazione oppositiva e resistente. È il suo valore intrinseco a trasformare l’oppressione subita in lotta di resistenza e dunque di liberazione. Quando un soggetto oppresso e sfruttato si ribella, inizialmente, e oppone forme di resistenza attiva poi, ci troviamo di fronte a una lotta politica per riaffermare la giustizia latitante. A tale proposito sono molte interessanti gli studi del gruppo di lavoro Resistenza Animale. Sul loro blog leggiamo: Nell’attesa che ogni gabbia venga aperta per sempre, cerchiamo almeno di cambiare prospettiva. Riconosciamo agli animali la ferma volontà e la capacità potenziale di autoliberazione. Non pensiamoci, pur nel nostro necessario ed urgente agire per gli animali, come i soli eroi liberatori, generosi campioni d’altruismo, ma come compagni affiancati nella lotta. Sicuramente più ‘armati’.[1]

Tutte le forme di resistenza quindi, umane e non-umane, sono lotte che vanno rivendicate, insieme, gli uni al fianco degli altri. Se rifiuto ogni assolutismo nell’espressione di idee e prassi, certamente, al contrario, posso affermare che la ribellione e la resistenza sono comuni a tutti gli esseri senzienti e pertanto tutti gli esseri senzienti lottano per la liberazione senza distinzioni di sorta.

Se l’obiettivo antispecista è la liberazione animale è indispensabile il raggiungimento di una società liberata, se la volontà è quella di liberare tutte le creature senzienti dal giogo dello sfruttamento e dell’oppressione, della schiavitù e della morte atroce, allora questa lotta deve rivolgersi ai magnati della terra, alle multinazionali, alle lobbies politiche, agli industriali, ai potenti di ogni categoria prima ancora che ai/alle cittadin*.

Questi obiettivi ambiziosi chiedono che vengano colpiti tutti i campi del sociale, come direbbe Bourdieu, da quello della cultura a quello economico. Ma come?

Spesso ci siamo trovati a declinare le varie strategie e tattiche di lotta. Ritengo che il metodo più efficace per individuare le strade da percorrere sia quello di sfruttare a pieno tutte le strategie e le tattiche, tutte le armi a disposizione. Poiché come abbiamo già detto, il sistema di dominio è multiforme, complesso e articolato allora le strategie dovranno essere diversificate, contestualizzate, mirate, fondate su studi specifici per ogni campo di azione.

Basta parlare per assunti universali, per paradigmi o per dogmi. Basta eleggere a unica risposta al dominio una singola forma di azione. Rivendichiamo il diritto e la possibilità di muoverci in modo pluralista, contestualista, pragmatico. I fenomeni di oppressione non sono lineari, non rispondono alle logiche binarie e pertanto non devono esserlo nemmeno le strategie e le tattiche di resistenza.

Quindi suggerisco di ridefinire le distinzioni tra i vari tipi di sfruttamento animale, dalla vivisezione alla caccia, al bracconaggio, dal circo con animali agli acquari, agli zoo, a tutte quelle strutture di detenzione con scopi di varia natura, agli allevamenti che a loro volta si distinguono in sotto tipologie, da quelli da pelliccia, di cani e gatti, di procioni, uccelli, criceti e cavie, a quelli da reddito o di animali destinati alla sperimentazione animale, ecc… Ogni singola forma di sfruttamento coinvolge una molteplicità di altre realtà di sfruttamento, e gli effetti sulla società saranno diversi a seconda del tipo di specie e di sfruttamento messo in atto. Infatti le società umane sfruttano delle specie specifiche (non gli animali in senso lato e universalizzante) in contesti e per ragioni specifiche differenti che a loro volta implicano degli effetti economici e culturali diversi. In quest’ottica le strategie per combattere la schiavitù dovranno essere direttamente proporzionali e adeguate (per essere vincenti) ad ogni singolo tipo di sfruttamento. Ciò che è fondamentale è che ogni strategia applicata sia determinata in base ad analisi minuziose del contesto in cui lo sfruttamento si verifica.  In questo modo si potranno applicare ad ogni specifico contesto una pluralità di strategie e tattiche, dalle investigazioni alle azioni dirette, dalle proteste e manifestazioni alle proposte di legge locali, regionali e nazionali, dalla ricerca economica alle buone pratiche (termine che piace tanto in questi anni alla propaganda culturale). Insomma operare di volta in volta con campagne multiformi che convergano sullo stesso obiettivo dichiarato.

In relazione al settore dello sfruttamento di animali da reddito ad esempio, è importante la diffusione di informazioni in merito alle condizioni degli animali sfruttati, come è utile proporre una cultura del rispetto. Tuttavia reputo anche necessario uno studio dettagliato delle industrie del nostro territorio, dei fondi europei (pac) che vengono erogati per milioni di euro ogni anno, delle correlazioni tra queste industrie e tutte le altre che contribuiscono a creare, facilitare e distribuire la produzione di carne e prodotti caseari. È indispensabile sapere come funzionano queste aziende e individuare il modo di combatterle. Spesso si dimentica che degli animali da reddito macellati solo il 50% è destinato all’alimentazione, il resto diventa buste di plastica, gomme per bici e automobili, dentifricio, colla e corde per strumenti musicali, biocarburanti, fuochi d’artificio, ammorbidenti, shampoo e balsamo, zucchero (!!)[1]. Avete idea di quante industrie, quindi, esistono e si arricchiscono grazie agli animali da reddito?

Un’importante forma di cambiamento sono le riconversioni o conversioni ecologiche. Gli allevatori, almeno secondo un’indagine ISMEA[2] non sembrano favorevoli, credo per timore di fallire, a questa possibilità. Tuttavia già il fatto che gli enti ufficiali, nazionali e europei le propongano dovrebbe farci riflettere. Diverse aziende zootecniche in Italia sono in crisi a causa degli enormi costi di mantenimento degli animali e delle strutture nonché delle tasse. In loro soccorso arrivano le PAC o altre forme di tutela governativa. Quel che è chiaro è che non si mette in discussione la bontà dell’allevamento e nemmeno la sua funzione sociale oltre che economica. In verità non sono affatto necessarie per la comunità, anzi danneggiano l’ambiente e la salute umana, oltre ovviamente a schiavizzare e massacrare individui di vare specie. Pertanto è necessario denunciare l’inutilità di queste aziende, il costo immenso per la comunità, il danno ambientale e ecologico che causano. È importante mostrare che gli animali rinchiusi e sfruttati, seppur a loro dire ben trattati, chiedono di essere liberati, e che molti cittadini sono al loro fianco. Le conversioni ecologiche sono fondamentali per ripensare la comunità. Riappropriazione del suolo pubblico; territorialità; arresto del consumo di suolo; mobilità sostenibile; servizi pubblici e fondi pubblici al servizio delle conversioni. Guido Viale[3] scriveva già nel 2012: La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l’accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare  a essere l’ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l’ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell’università, nell’educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete.

In molti settori industriali ci sono stati casi di riconversione che hanno portato ottimi riscontri, sia economici che ecologici e equi da un punto di vista lavorativo e sociale. In un’ottica antispecista e ecologista la conversione ecologica non può non chiedere che gli allevamenti scompaiano. Casi di riconversione relativi agli allevamenti di animali da reddito hanno mostrato risultati vincenti. In una prospettiva di liberazione animale e totale con obiettivi a breve termine ritengo questo ambito di lavoro e azione una grande potenzialità che andrebbe approfondita e seguita.

Da un punto di vista culturale, ma anche scientifico (ad esempio in relazione alla scienza dell’etologia contemporanea) ritengo i santuari quel luogo di cui parlavo all’inizio del mio articolo, un luogo di incontro inter e intra specifico di pace e liberazione nel quale si manifestano in modo concreto gli assunti teorici dell’antispecismo. Certamente non è aprendo rifugi che sconfiggeremo il capitalismo globalizzato, tuttavia proprio in questi luoghi si viene a creare quel terzo spazio che ha teorizzato il filosofo indiano Homi Bhabha[1], “luogo teorico e simbolico dove gli antagonismi tra dominatori e dominati si annullano nel concetto di ‘ibridità culturale’, che include la differenza e rappresenta il presupposto per un incontro costruttivo tra culture senza più gerarchie imposte”.

Riassumendo quindi, l’antisecismo e la lotta di liberazione animale sono di fatto una lotta di liberazione totale poiché mirano alla ridefinizione della società e all’eliminazione delle gerarchizzazioni, oppressioni e forme di sfruttamento dell’altro da sé. Queste lotte sono le lotte di tutt*, umani e non-umani, coloro che rivendicano il diritto a vivere dignitosamente e in libertà le proprie esistenze, rivendicano il desiderio di vivere in un mondo di pace, uguaglianza e rispetto. Coloro che urlano il bisogno di vivere nell’accoglienza delle differenze, concepite come arricchimento e crescita. Coloro, infine, che hanno preso coscienza che una società fondata sul profitto e sulla crescita economica non si traduce, come hanno voluto farci credete in passato, in una crescita del benessere individuale e collettivo, in un aumento della pace, quanto piuttosto nell’inasprirsi delle differenze di classe, della crescita esponenziale dei poveri, della miseria, dei disagi, non solo materiali ma psicologici. Una società che genera violenze di ogni tipo, a partire da quella orribile, immane, catastrofica perpetrata ai danni di miliardi di specie animali, miliardi di individui, attraverso la quale ci insegna così l’altisonante potere dell’indifferenza, funzionale a tutte le forme di oppressione.

Il nostro deve essere un no! Assertivo, pertinente, capace, fermo, propositivo, efficace, con ogni mezzo necessario.

Barbara Balsamo

Post scriptum: Alla mia amata Badu, sus scrofa domesticus di specie, sorella ribelle di anima.

1 Charles Baudelare, N’importe où, hors du monde, Le Spleen de Paris, Œuvres complètes,
Tome I Édition de Claude Pichois, 1975.
2 Pierre Bourdieu, sul concetto di campo in sociologia, Armando Editore, 2010.
3 Luca Corchia, La prospettiva relazionale di Pierre Bourdieu. I concetti fondamentali, Il Trimestrale. The Lab’s Quarterly, 4, 2006.
4 In merito all’Ilva mi vengono in mente le parole dell’antropologa femminista e antispecista Annamaria Rivera. Riporto qui uno dei tanti articoli da lei scritti sul tema
5 G. B. Shaw, Uomo e Superuomo, 1957, Mondadori.
6 Steven Best, Liberazione Totale, per una rivoluzione del XXesimo secolo, edizione Ortica, presto nelle librerie.
7 Marco Maurizi, Al di là della natura, Gli animali, il capitale e la libertà, Novalogos, 2011.
8 Per approfondire la questione e gli studi di resistenza animale consultare questo il sito
9 Articolo a cura di Roberta Ragni
10 Rapporto dell’indagine ISMEA sulle quote latte. Tutti i rapporti sono pubblici e online su questo sito
11 Guido Viale, sociologo e saggista italiano, da diversi anni si occupa di conversione ecologica. L’articolo a cui faccio riferimento nel testo è pubblicato su MicroMega e disponibile online qui
12 Homi Bhabha, I luoghi della cultura, Meltemi, 2001.

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