venerdì 11 novembre 2016

CHI e CHE cosa è vegan di Paola Re

Riportiamo un articolo di Paola Re che stimola una riflessione sul capitalismo applicato all'alimetazione vegetale.
Qui l'originale.
"E’ facile comprendere quanto il capitalismo sia causa di distruzione dell’ambiente umano, animale e vegetale. Gran parte di questa distruzione è messa in atto per la produzione di cibo, soprattutto quello animale che arriva dall’allevamento.
Nell’ipotesi in cui ogni persona seguisse una dieta vegan, l’industria del cibo animale collasserebbe, ma il capitalismo no, anzi, si ingegnerebbe nel prendere di mira l’industria del cibo vegetale devastando, comunque, l’ambiente, compresi tutti gli animali che in esso vivono, quindi noi. Pare che non ci sia una via d’uscita ma se la si vede così, ci si lascia prendere dallo sconforto, anche perché, come si suol dire, ‘bisogna pur mangiare’.
Una consistente parte del movimento animalista è in balia di un vento che soffia verso pratiche di consumo vegan, anziché verso i valori dell’antispecismo.
I  vegetariani, secondo Eurispes, in Italia era diminuito passando dal 6,5% del 2014 al 5,7% del 2015, nel 2016 è invece aumentato di poco meno di due punti percentuali, raggiungendo il 7,1%; l’andamento dei vegani, aveva registrato lo stesso tipo curva: lo scorso anno si era assistito ad una decrescita (dallo 0,6% del 2014 allo 0,2% del 2015), per poi arrivare, invece, nel 2016 all’1% della popolazione. L’8 % della popolazione italiana, dunque, è vegetariana o vegana.
Il rischio che si corre è di perdere di vista il vero obiettivo, cioè la creazione di una cultura non discriminatoria, a partire da quella di specie che, non solo è legale, ma incoraggiata e finanziata da ogni parte. C’è chi lotta per la liberazione animale limitandosi a eliminare ogni prodotto animale dalla propria vita; anche questa è una strategia, poiché ogni volta che facciamo un acquisto, cambiamo qualche cosa nel sistema economico di cui facciamo parte. Se un prodotto non viene acquistato, ha vita breve.
Parecchie aziende produttrici di cibo animale si organizzano in una linea vegetale parallela a quella che hanno già in produzione; solitamente sono grandi aziende, con fatturati da capogiro. Il mercato ci osserva minuziosamente, guardandosi bene dal risultare morboso, e reagisce con una gamma di prodotti e servizi adeguati alle domande. Il sistema consumistico ha una grande capacità di adattarsi alle esigenze dei nuovi consumatori vegan creando un indotto di beni e servizi sempre più ghiotti. Tale sistema ha compreso la potenzialità economica che l’idea vegan rappresenta, quindi opera astutamente per attirare su di sé il ‘diritto‘ del consumatore vegan, ma chi è destinatario dei prodotti dovrebbe riflettere, capendo che questa grande operazioni di marketing sottrae spazio e tempo all’attenzione per la questione animale.
L’idea che i prodotti vegan negli esercizi commerciali e di ristorazione siano in constante aumento può risultare galvanizzante perché chi mangia vegan, può avventurarsi serenamente in luoghi fino a ieri off limits, acquistando e ordinando cibo senza sembrare un marziano sbarcato sulla terra.
L’aumento dei prodotti vegan coincide con il riconoscimento da parte del mercato di una nuova richiesta da far fruttare. L’idea vegan è un fenomeno dilagante, che interessa sempre più il mondo della produzione e del commercio, perché è una nuova opportunità di guadagno, soprattutto in ambito alimentare: salsicce, wurstel, bistecche, polpette, hamburger, pancetta, mortadella, bresaola, prosciutto… e via veganizzando… senza cambiare neppure il nome che richiama drammaticamente il prodotto animale.
La pubblicità anima la concorrenza che a sua volta anima il mercato; c’è una lotta fino all’ultimo panino vegan e i consumatori si consigliano sul luogo in cui costa meno, in cui è più sfizioso, forse anche sul luogo in cui richiama quel sapore carnista di cui qualcuno sente un saltuario desiderio.
Il sistema consumistico sta studiando qualsiasi strategia utile a impadronirsi di quella fetta di persone che dovrebbero proprio remare contro il consumismo ma che, invece, in gran parte, sembrano lasciarsi tentare dai prodotti industriali messi in commercio da quegli stessi marchi che per coerenza dovrebbero combattere.
Bisogna fare attenzione alle aziende esempi eccellenti dello sfruttamento globalizzato, che introducano sul mercato linee di prodotti spacciandoli per vegan e cruelty free, quando è il loro intero sistema produttivo a non essere affatto cruelty free. La loro intenzione non è quella di cessare con determinate produzioni, gestioni del mercato e standard lavorativi basati sulla crudeltà, ma di offrire l’ennesimo prodotto al consumatore. Si potrebbe anche parlare di cambiamento positivo, se un’azienda decidesse di chiudere la produzione di cibo animale per convertirsi unicamente a quella di cibo vegetale, ma non è così, almeno per ora. Forse esiste qualche caso sporadico, ma non riguarda la grande distribuzione.
Bisogna fare attenzione a non mercificare i valori di cui si è orgogliosi ed evitare di trasformare il veganismo in moda o dieta alimentare. Essere vegan significa manifestare una sorta di obiezione di coscienza tesa a rifiutare un sistema sociale, economico e politico fondato sullo sfruttamento e sul dominio degli esseri umani e non umani. Questo è il valore da non tradire mai, anche il giorno i cui il veganismo uscisse da un ambito di nicchia, quindi fosse soggetto al bombardamento mediatico a cui è soggetto chiunque allo stato attuale non sia vegan, soprattutto il mondo dell’infanzia a cui sono diretti messaggi pubblicitari tanto subdoli quanto pericolosamente sottovalutati dagli adulti.
Il veganismo si propone come idea conflittuale nei confronti del capitalismo e dovrebbe essere una pratica di rottura diretta a costituire una società meno crudele; è un punto di partenza, non di arrivo, e non deve rudirsi al mero rifiuto di consumare prodotti animali. Il boicottaggio delle multinazionali è indispensabile per sgretolare quelle dinamiche di sfruttamento ampiamente diffuse e per sradicarsi dalla complicità di un sistema basato sul dominio di animali e vegetali.
L’unica speranza di ‘veganizzare il mondo’ sta nell’abbandono di questo modello di sviluppo basato su una mentalità antropocentrica e specista.
Alla crescita numerica di chi non consuma prodotti animali non sempre corrisponde una crescita della consapevolezza di andare contro questo modello di sviluppo. E’ necessario distinguere la ‘veganmania’ dal veganismo etico, che deve necessariamente tenere presente il curriculum di certe aziende responsabili di devastazione ambientale, sfruttamento dei lavoratori e degli animali. Chiudere gli occhi davanti a questi crimini significa ignorare il senso della battaglia che si sta facendo.
Sarebbe desolante vedere affermarsi il concetto di un veganismo come stile di vita che possa convivere con tutti gli altri, in nome di una presunta libertà di scelta perché, come sempre, agli animali non viene data alcuna libertà di scelta di vivere o morire, tanto meno di non nascere.
Bisogna tenere saldo il principio secondo cui non sono gli esseri umani ad aver diritto di trovare prodotti vegan nei negozi e nei ristoranti ma sono gli animali ad avere diritto di non essere massacrati per diventare prodotti.
E’ vero che più si mangia vegan, meno animali si uccidono, ma chi è vegan tenga sempre presente che il consumo vegan deve rimanere un mezzo, non un fine."

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